OLTRE
La vita come una spedizione
Capita a tutti, prima o poi, di fermarsi per un istante e pensare di lasciare tutto.
Lasciare la sicurezza delle proprie abitudini, il lavoro, le responsabilità, le certezze costruite negli anni. Andare lontano, magari dall’altra parte del mondo, per vivere qualcosa di straordinario, per inseguire un sogno che, agli occhi degli altri, può sembrare irrazionale.
La maggior parte delle persone, dopo averlo pensato, torna alla propria vita.
Io sono uno di quelli che, qualche volta, decide di farlo davvero.
Forse perché, in fondo, sono sempre stato così.
Sono nato nel 1949 e, se dovessi descrivere la mia vita con una sola parola, probabilmente sceglierei “globalità”.
Norvegese di nascita, cresciuto in Africa, formatosi in Danimarca, professionalmente legato all’Italia e, per molti anni, impegnato in attività diplomatiche e commerciali internazionali. Una vita attraversata da Paesi, culture, lingue, persone e soprattutto da una continua curiosità verso ciò che esiste al di là dell’orizzonte conosciuto.
A ventitré anni mi sposo. A ventiquattro divento padre. Oggi sono nonno di quattro nipoti.
Parallelamente, costruisco una carriera internazionale che mi porta a lavorare nel commercio, nella diplomazia economica e nell’industria Oil & Gas. Per oltre trent’anni ricopro inoltre l’incarico di Console Onorario della Repubblica di Namibia in Italia, un ruolo che considero molto più di una funzione istituzionale: rappresenta un legame umano e professionale con un Paese che sento profondamente vicino.
Ma, nonostante tutto questo, non ho mai smesso di sentire dentro di me una certa inquietudine.
Non l’inquietudine di chi non è soddisfatto della propria vita.
Piuttosto, quella di chi continua a chiedersi:
“E adesso, cosa c’è oltre?”
Il primo “oltre”
Il mio primo vero “oltre” arriva molto presto.
A diciassette anni lascio casa.
Sono innamorato e mio padre non approva quella relazione. Per me, a quell’età, quella opposizione diventa qualcosa di molto più grande di una semplice incomprensione familiare. Diventa una scelta.
Decido di andarmene.
Non ho grandi mezzi economici, né una rete di sicurezza. Devo mantenermi e, contemporaneamente, continuare a studiare.
Faccio diversi lavori.
Imparo presto che l'indipendenza non è una parola romantica. Ha un prezzo. Significa responsabilità, fatica, rinunce e, soprattutto, la necessità di trovare ogni giorno una soluzione ai problemi che la vita mette davanti.
Nel 1970, a Copenaghen, trovo lavoro come venditore di macchine da scrivere e calcolatori Olivetti.
Può sembrare un episodio marginale della mia vita.
Non lo è.
È una delle prime volte in cui capisco quanto siano importanti le persone, la comunicazione, la capacità di convincere e, soprattutto, la capacità di capire chi hai davanti.
Vendere non significa semplicemente proporre un prodotto.
Significa ascoltare.
Capire.
Costruire fiducia.
Individuare un bisogno e trasformarlo in una soluzione.
Sono principi che, molti anni dopo, diventeranno fondamentali nella mia attività internazionale.
La mia vita professionale prosegue e mi porta a lavorare come Key Account in una delle principali compagnie norvegesi del settore Oil & Gas.
È un mondo completamente diverso.
Grandi progetti, grandi responsabilità, negoziazioni internazionali, culture diverse, interessi spesso contrapposti.
Anche qui imparo qualcosa che considero fondamentale:
non esiste una strategia valida se non si conoscono gli uomini che dovranno realizzarla.
Una vita tra Paesi e culture
Nel corso degli anni il mio percorso diventa sempre più internazionale.
Lavoro nei rapporti economici e commerciali tra Paesi, collaboro con imprese e istituzioni, mi occupo di sviluppo internazionale e ricopro incarichi diplomatici.
Per quindici anni rappresento l’Export Council della Norvegia in Italia.
Sono Commercial Counsellor presso l'Ambasciata di Norvegia a Milano.
Per dieci anni ricopro l'incarico di Segretario Generale dell'Union of Foreign Chambers of Commerce in Italy.
Partecipo alla vita della Norwegian Chamber of Commerce in Italy e assumo incarichi direttivi in Assonerviega.
Sono esperienze diverse, ma tutte hanno un denominatore comune: il mondo.
Imparo a muovermi tra culture differenti, a comprendere linguaggi diversi da quello delle parole, a riconoscere le sensibilità degli altri.
Perché una lingua può tradurre le parole.
La cultura, invece, deve tradurre le persone.
E forse è proprio questa esperienza internazionale ad alimentare ulteriormente la mia curiosità.
Più conosco il mondo, più mi rendo conto di quanto sia grande ciò che ancora non conosco.
Oltre
Oggi sono un libero professionista.
Supporto aziende e imprenditori nello sviluppo di strategie commerciali internazionali.
Il mio lavoro consiste, in fondo, nell'aiutare gli altri a scegliere.
Analizzare un mercato.
Valutare un'opportunità.
Capire un rischio.
Individuare un partner.
Decidere se andare avanti oppure fermarsi.
La mia missione professionale è sempre stata quella di fornire ai miei clienti gli strumenti necessari per fare le scelte migliori.
Ma c'è una differenza tra aiutare gli altri a prendere decisioni e prendere una decisione per se stessi.
E la decisione più straordinaria della mia vita professionale e personale nasce proprio da una domanda apparentemente semplice:
“Perché non andare oltre?”
È così che nasce “Oltre”, la spedizione nell'Artico siberiano.
Da dove nasce un sogno?
Se qualcuno mi chiedesse oggi perché ho deciso di organizzare “Oltre”, probabilmente non saprei dare una risposta completamente razionale.
E forse è proprio questo il punto.
Non tutto ciò che facciamo di importante nasce da un ragionamento logico.
Alcune decisioni nascono da una sensazione.
Da un'immagine.
Da un ricordo.
Da una curiosità.
Da un'idea che, inizialmente, sembra quasi assurda.
Nel mio caso c'è anche una componente familiare.
Un mio prozio è stato Roald Amundsen, uno dei più grandi esploratori della storia norvegese.
Amundsen appartiene a quella generazione di uomini per i quali il mondo non era ancora completamente conosciuto.
Fu il primo uomo a raggiungere il Polo Sud, partecipò alle grandi esplorazioni delle regioni polari, attraversò il Passaggio a Nord-Ovest e fu protagonista delle prime grandi imprese legate all'esplorazione dell'Artico.
La sua vita rappresenta, per me, qualcosa di più di una storia familiare.
Rappresenta una domanda.
Quanto lontano possiamo andare?
Un giorno mi viene un'idea.
Perché non ripercorrere idealmente le sue orme?
Non con navi.
Non con slitte trainate da cani.
Non con gli strumenti degli esploratori del passato.
Ma con mezzi moderni, gommati, attraverso le regioni più remote dell'Artico siberiano.
L'obiettivo è raggiungere lo Stretto di Bering.
Via terra.
Con veicoli.
In inverno.
In condizioni estreme.
Nessuno, per quanto ne sappiamo, aveva mai realizzato una spedizione di quel tipo.
Ed è proprio questo a renderla interessante.
Le idee che sembrano impossibili
Ho imparato nella vita che molte decisioni importanti sembrano inizialmente irrazionali.
Poi, improvvisamente, diventano progetti.
E i progetti diventano strategie.
E le strategie diventano realtà.
Il passaggio più difficile è sempre il primo.
Dire:
“Lo faccio.”
Prima ancora di sapere esattamente come.
Credo che la necessità di andare “oltre” appartenga profondamente all'essere umano.
Cambia soltanto il livello di consapevolezza.
Prima viene la conoscenza.
La conoscenza amplia la mente.
Poi arriva la curiosità.
La curiosità ci porta verso ciò che non conosciamo.
E ciò che non conosciamo alimenta la fantasia.
La fantasia, secondo me, è una delle più grandi capacità dell'essere umano.
Perché nella fantasia nasce la possibilità di immaginare qualcosa che ancora non esiste.
E da quella possibilità nasce il sogno.
Il sogno, a sua volta, può diventare progetto.
Ed è esattamente questo il percorso di “Oltre”.
Conoscenza.
Curiosità.
Fantasia.
Sogno.
Progetto.
Azione.
Sei veicoli verso l'ignoto
Quando comincio a immaginare concretamente la spedizione, insieme al mio vice capospedizione, Gianni Maccagni, responsabile della logistica, affrontiamo immediatamente il primo grande problema:
con cosa attraversare l'Artico?
Decido che partiremo con sei veicoli.
Non c'è una particolare formula matematica dietro quella scelta.
Sono sei.
Perché?
Perché in quel momento mi sembra il numero giusto.
E forse anche questa è una caratteristica delle grandi avventure: a un certo punto bisogna smettere di analizzare e iniziare a decidere.
Entriamo in contatto con Iveco, che ci propone un veicolo particolarmente adatto al nostro progetto: il Massif 4x4, un mezzo allora recentemente entrato nella gamma Iveco attraverso l'acquisizione del progetto spagnolo.
Marco Monicelli, responsabile della comunicazione di Iveco, comprende immediatamente il valore dell'iniziativa.
Il progetto è interessante anche per l'azienda: testare il nuovo veicolo in condizioni estreme.
Iveco decide quindi di mettere a disposizione della spedizione quattro Massif e due Daily 4x4.
Non sono semplici mezzi di trasporto.
Devono diventare vere e proprie basi mobili.
Vengono equipaggiati per la spedizione, adattati alle condizioni artiche e “articizzati”.
Uno dei Daily viene trasformato in mensa.
L'altro in officina.
Perché in Siberia non esiste il concetto di “assistenza stradale”.
Se un mezzo si rompe, non arriva nessuno.
Sei tu l'assistenza.
Sei tu il meccanico.
Sei tu il soccorso.
E se non riesci a ripararlo, il problema può diventare rapidamente una questione di sopravvivenza.
“Cercasi uomini”
La squadra nasce quasi per caso.
Nel 2008 rilascio un'intervista al Corriere della Sera nella quale presento il progetto e lancio un appello a chiunque desideri partecipare.
Non offro denaro.
Non offro comodità.
Non offro sicurezza.
Anzi, offro esattamente il contrario.
Freddo.
Disagio.
Rischio.
Isolamento.
Incertezza.
L'unica ricompensa è la possibilità di vivere qualcosa che pochissimi esseri umani potranno mai raccontare.
L'annuncio richiama inevitabilmente alla memoria quello celebre di Ernest Shackleton del 1914:
“Cercasi uomini per viaggio rischioso.”
Il messaggio di Shackleton è diventato una delle più celebri metafore della storia dell'esplorazione.
E, in qualche modo, lo riprendo.
La risposta è sorprendente.
Arrivano centinaia di candidature.
Uomini e donne provenienti da esperienze diverse.
Persone attratte dall'avventura.
Altri dalla sfida.
Altri ancora dalla curiosità.
Ma partecipare a una spedizione del genere non significa avere semplicemente coraggio.
Significa possedere disciplina.
Capacità di adattamento.
Resistenza psicologica.
Umiltà.
Capacità di vivere con gli altri.
E soprattutto la capacità di accettare che, in certe situazioni, l'io individuale deve lasciare spazio al gruppo.
Alla fine selezioniamo quaranta persone.
Ed è qui che comincia una seconda spedizione, prima ancora di partire:
costruire una squadra.
Quattro culture, una squadra
Il gruppo riunisce quattro culture molto diverse:
russi, italiani, norvegesi e tedeschi.
Quattro modi di pensare.
Quattro tradizioni.
Quattro approcci alla disciplina, alla gerarchia, al rischio e alla comunicazione.
In condizioni normali, le differenze culturali possono essere una ricchezza.
In condizioni estreme, possono diventare un problema.
Quando sei a meno quaranta gradi, quando sei stanco, quando hai paura e quando devi prendere una decisione in pochi secondi, non puoi permetterti incomprensioni.
Serve una metodologia comune.
Serve un linguaggio comune.
Serve fiducia.
Organizziamo quindi la spedizione in gruppi operativi.
Ogni gruppo deve essere autonomo ma coordinato con gli altri.
Ci sono medici.
Ci sono psicologi.
Ci sono tecnici.
Ci sono specialisti della logistica.
E c'è soprattutto un'organizzazione pensata per affrontare situazioni nelle quali l'errore può avere conseguenze molto serie.
Gli psicologi hanno un compito particolarmente delicato.
Non devono soltanto occuparsi della salute mentale individuale.
Devono osservare le dinamiche del gruppo.
Perché nelle situazioni estreme la vera domanda non è soltanto:
“Quanto resiste un uomo?”
La domanda è:
“Quanto resiste una squadra?”
13 dicembre 2008
Finalmente arriva il momento della partenza.
Il 13 dicembre 2008 lasciamo Milano.
Abbiamo con noi i mezzi, l'attrezzatura, i viveri, i ricambi, gli strumenti di comunicazione e soprattutto un'enorme quantità di aspettative.
Sappiamo che sarà difficile.
Ma una cosa è sapere razionalmente che qualcosa sarà difficile.
Un'altra è trovarsi realmente davanti alla difficoltà.
Il 24 dicembre raggiungiamo Capo Nord.
È Natale.
E noi siamo fermi al confine russo.
Mancano alcuni permessi speciali necessari per proseguire.
Non possiamo entrare.
Aspettiamo.
Il nostro grande progetto si ferma davanti a una frontiera e a una serie di documenti.
È quasi ironico.
Una spedizione progettata per affrontare il ghiaccio, la neve e il deserto artico rischia di essere fermata dalla burocrazia.
Ripartiamo dopo Capodanno.
Finalmente attraversiamo il confine.
E da quel momento comincia veramente “Oltre”.
Quando il progetto incontra la realtà
Gli incidenti arrivano.
Le strade sono in condizioni difficili.
Troviamo molta più acqua di quanto previsto.
Poi neve.
E ancora neve.
I nostri mezzi sono stati preparati per il ghiaccio.
Ma la natura non segue i nostri programmi.
Questo è uno degli insegnamenti più importanti della spedizione:
puoi prepararti per ciò che immagini, ma devi essere pronto anche per ciò che non hai immaginato.
L'uomo tende a progettare il mondo secondo i propri modelli.
La natura non ha modelli.
Ha le proprie regole.
E non è interessata ai nostri programmi.
Più procediamo verso est, più le condizioni diventano impegnative.
Ogni chilometro conquistato aumenta la consapevolezza di quanto sia grande il territorio che stiamo attraversando.
La Siberia non è soltanto un luogo geografico.
È una dimensione.
Spazio.
Silenzio.
Freddo.
Distanza.
A –40 °C
In condizioni normali siamo abituati a considerare la natura come qualcosa di piacevole.
Un paesaggio.
Un tramonto.
Il mare.
Una montagna.
Nell'Artico, invece, la natura assume un'altra dimensione.
Diventa assoluta.
Non si può negoziare.
Non si può convincere.
Non si può impressionare.
Non concede appelli.
A meno quaranta gradi, dormire in una tenda nel buio quasi totale cambia completamente la percezione della realtà.
Il corpo reagisce.
La mente reagisce.
La paura può comparire senza essere invitata.
Il freddo modifica la capacità di pensare.
La stanchezza riduce la concentrazione.
Un piccolo errore può trasformarsi in un problema.
E un problema può diventare un'emergenza.
In quei momenti capisci una cosa fondamentale:
la natura non vuole che tu sia coraggioso. Vuole che tu sia lucido.
Il coraggio senza razionalità può essere pericoloso.
L'improvvisazione può essere fatale.
Servono disciplina, controllo e capacità di adattamento.
Devi accettare la natura per quello che è.
Non puoi dominarla.
Puoi soltanto imparare a convivere con lei.
Uomo e natura
La domanda allora diventa inevitabile:
uomo e natura sono avversari oppure possono diventare alleati?
Io credo che la risposta sia nella capacità di adattarsi.
L'uomo non è più forte della natura.
È semplicemente più capace di adattarsi.
Abbiamo costruito tecnologie, veicoli, strumenti e sistemi di comunicazione per compensare le nostre fragilità.
Ma quando tutto questo viene messo alla prova, torniamo alla nostra condizione essenziale.
Siamo uomini.
Abbiamo freddo.
Abbiamo paura.
Abbiamo fame.
Siamo stanchi.
E abbiamo bisogno degli altri.
Forse è proprio questo uno degli aspetti più importanti dell'esperienza.
In condizioni estreme scopri chi sei veramente.
E scopri anche chi sono veramente gli altri.
Gli Urali
Poi arriva il momento più difficile.
Gli Urali.
La spedizione non può continuare.
Abbiamo fatto tutto ciò che potevamo.
Abbiamo superato ostacoli che, all'inizio, sembravano impossibili.
Abbiamo attraversato territori immensi.
Abbiamo combattuto contro acqua, neve, ghiaccio, freddo, guasti, stanchezza e imprevisti.
Ma arriva un punto nel quale dobbiamo fermarci.
Lo Stretto di Bering è ancora lontano.
Davanti a noi c'è una realtà che non possiamo ignorare.
Il progetto, così come lo avevamo immaginato, non può essere completato.
È difficile accettarlo.
Quando costruisci un sogno, il fallimento non è semplicemente il mancato raggiungimento di un punto geografico.
È qualcosa di molto più personale.
Per un momento sento sfumare l'obiettivo.
Mi trovo davanti alla parola che probabilmente ogni persona ambiziosa teme di più:
incompiuto.
Il valore della sconfitta
Con il tempo ho imparato che una spedizione non si misura soltanto dalla distanza percorsa.
Si misura anche da ciò che insegna.
Noi non abbiamo raggiunto lo Stretto di Bering.
Ma abbiamo raggiunto qualcosa che, forse, non avevamo previsto.
Abbiamo conosciuto i nostri limiti.
Abbiamo scoperto la forza della squadra.
Abbiamo imparato che un progetto può essere straordinario e, contemporaneamente, sbagliato nelle sue condizioni operative.
Abbiamo imparato che la natura ha sempre l'ultima parola.
E soprattutto abbiamo imparato che fermarsi non significa necessariamente arrendersi.
A volte fermarsi è l'unico modo per poter ripartire.
Il ruolo dei sogni
Che ruolo hanno i sogni nella mia vita?
Un ruolo fondamentale.
Io sono un grande sognatore.
La fantasia mi accompagna da sempre.
Credo che la fantasia sia una forma di energia.
È ciò che permette di vedere una possibilità dove gli altri vedono soltanto un ostacolo.
Io vivo nei miei sogni.
La mia vita è, in qualche modo, un sogno.
E forse sogno proprio per vivere.
Dentro di me conscio e subconscio si incontrano continuamente.
Non sempre riesco a distinguere dove finisce uno e dove comincia l'altro.
Ma credo nei sogni perché sono una delle poche cose veramente pure che abbiamo.
Un sogno non ha bisogno di giustificarsi.
Non deve essere approvato da un consiglio di amministrazione.
Non deve essere votato.
Non deve essere finanziato.
Nasce.
E basta.
Poi, naturalmente, per trasformarlo in realtà servono disciplina, capacità, denaro, persone, organizzazione e una strategia.
Ma tutto nasce da un'immagine mentale.
Prima di costruire qualcosa, bisogna riuscire a immaginarla.
Oltre non è finito
Da un sogno nasce “Oltre”.
Il sogno diventa un progetto.
Il progetto diventa una spedizione.
La spedizione diventa un'esperienza.
E l'esperienza diventa una parte della mia vita.
Ma c'è una cosa che non riesco ad accettare.
L'incompiuto.
Posso accettare una sconfitta.
Posso accettare un errore.
Posso accettare che la realtà sia diversa da ciò che avevo immaginato.
Ma non riesco ad accettare che un sogno venga semplicemente cancellato.
Lo Stretto di Bering è ancora lì.
Dall'altra parte del mondo.
Come una linea invisibile sulla mia mappa personale.
E ogni volta che penso a “Oltre”, ritorna la stessa domanda:
“E se ci riprovassi?”
Forse è questa la vera natura dell'uomo.
Non quella di vincere sempre.
Ma quella di continuare a cercare.
Continuare a immaginare.
Continuare a partire.
Continuare a guardare oltre l'orizzonte.
Perché ogni volta che raggiungiamo un limite, scopriamo che quel limite può essere soltanto l'inizio di un altro viaggio.
E allora lo dico senza esitazione:
lo Stretto di Bering lo devo raggiungere.
Non so ancora quando.
Non so ancora come.
Ma lo raggiungerò.
Perché “Oltre” non è soltanto il nome di una spedizione.
Oltre è il modo in cui ho scelto di vivere.
© KNUT PETTER JOHANNESEN | P.IVA JHNKTP49C06Z125J
